LÀ DOVE FINISCE IL BUIO

Di Maria Luisa Miraglia
Produzione deSidera/Teatro de Gli Incamminati
Con Stefano Panzeri
Musiche originali dal vivo Simone Riva
Con il patrocinio della Diocesi di Bergamo
Coproduzione Fondazione Adriano Bernareggi
Con il sostegno del Comune Osio Sotto

LÀ DOVE FINISCE IL BUIO

Dicembre 1943. In una cella del carcere di Sant’Agata, a Bergamo, un uomo prega in ginocchio. È don Bepo, al secolo Giuseppe Vavassori. Conosce ogni angolo di quella prigione, perché ne è stato il cappellano. Da quando è stato arrestato e condotto qui dai nazisti, però, tutto gli sembra irriconoscibile: il buio è totale.
Tra le mura, prende vita un monologo che è insieme diario e confessione. I ricordi si intrecciano senza seguire un ordine lineare, ma quasi un filo emotivo: don Bepo condivide alcuni ricordi d’infanzia, la vocazione al sacerdozio, lo scoppio della Grande Guerra, l’incontro sul fronte con il poeta e soldato Giuseppe Ungaretti e la nascita del Patronato San Vincenzo, punto di riferimento per migliaia di ragazzi. Cuore del racconto sono però gli anni Quaranta: l’inizio di una nuova guerra, forse ancora più feroce, i giorni drammatici dell’occupazione nazista dopo l’armistizio del ‘43 e la costruzione di una rete clandestina di sostegno a rifugiati e partigiani.
In una cella vicina, la numero 14, è rinchiuso invece l’amico don Antonio Seghezzi, assistente diocesano dell’Azione Cattolica, arrestato per aver prestato aiuto ai giovani renitenti alla leva. Non lo vediamo mai, ma la sua presenza è costante: è Don Bepo a ripercorrere la storia dell’amico, offrendo una cronaca precisa della sua fuga dai tedeschi e della sua scelta, dolorosa ma consapevole, di consegnarsi.
Quel dicembre 1943, don Bepo e don Antonio speravano di poter celebrare la messa di Natale insieme, in carcere. Ma Seghezzi fu deportato in Germania, dove morì due anni dopo.
“Là dove finisce il buio” è una storia di fede, ma soprattutto di amicizia, che si intreccia con quella di altre figure straordinarie della Resistenza bergamasca, come la partigiana Betty Ambiveri e don Mario Benigni, che fu compagno di don Antonio nel lager di Kaisheim. Donne e uomini che hanno creduto, anche nei tempi più difficili, in un’umanità possibile.

NOTE DI DRAMMATURGIA
La drammaturgia è costruita attorno a un tempo sospeso: quello dell’attesa in cella. Chiuso tra le sbarre di Sant’Agata, al buio, da solo, don Bepo Vavassori è costretto a confrontarsi con sé stesso, con le sue paure, persino con un sottile – umanissimo – senso di colpa: la sensazione di non aver fatto abbastanza nei giorni della Resistenza.
In carcere, don Bepo dà vita a un monologo che ha la forma di un flusso di coscienza, all’inizio confuso, quasi febbrile, poi via via più lucido e appassionato. Il tempo, per lui, ha perso ogni contorno, e anche per lo spettatore diventa difficile stabilire un prima e un dopo. Le parole del narratore ci riportano al passato, ci mostrano il presente e anticipano il futuro.
Don Bepo racconta la storia di don Seghezzi utilizzando la terza persona. Solo in due momenti si rivolge direttamente all’amico: quando riesce a vederlo un’ultima volta prima che venga trasferito in un carcere di Verona e poi deportato in Germania, e poi a guerra conclusa, quando rievoca il legame profondo che li ha uniti e gli insegnamenti che Seghezzi gli ha lasciato.
Lo spettacolo, che utilizza come fonti alcuni scritti originali di don Antonio, testimonianze di altri sacerdoti dell’epoca e le biografie dei due protagonisti, prevede anche alcuni stacchi musicali e letture a leggio. Tra i testi letti, l’appassionata cronaca dei giorni della Liberazione scritta da Don Andrea Spada, anche lui amico di Seghezzi e Vavassori, e pubblicata su L’Eco di Bergamo.
Non è un racconto agiografico. Al contrario, il testo intende restituire l’umanità complessa di due figure che, come molte altre nella storia della Resistenza italiana, sono state attraversate da dubbi e paure. Due uomini, prima ancora che sacerdoti, che nonostante tutto hanno avuto il coraggio di scegliere da che parte stare.

NOTE DI REGIA
Là dove finisce il buio” è un atto teatrale di memoria e resistenza. È un monologo che non si limita a raccontare, ma incarna il ricordo. La voce di Don Bepo Vavassori non è solo una testimonianza: è un attraversamento emotivo, umano e spirituale della vita di Don Antonio Seghezzi, prete, antifascista, uomo di popolo, martire della coscienza.
In scena, il ricordo prende corpo. Il tempo non è lineare: si curva, si sovrappone, si frammenta, si ricompone. La parola si intreccia alla musica dal vivo, che non accompagna soltanto, ma guida, scolpisce, penetra. Il tappeto sonoro – a tratti sussurrato, a tratti dilatato o tagliente – è memoria liquida che scorre tra le fessure della narrazione.
La scenografia è essenziale, ma densa di significato. Uno spazio liminale: un confine sfocato dove il presente incontra il passato. Gli oggetti non sono realistici, ma evocativi. Il buio – vero protagonista silenzioso – si fa materia, avvolge e poi si dissolve lentamente.
Lilluminazione gioca con ombre, sagome, riverberi. Luce e suono costruiscono il confine tra ora e allora. Quando Don Bepo ricorda, il passato non è “altro”: entra in scena, diventa materia fisica, è il corpo stesso del protagonista che si sdoppia nel gesto, nel tono, nel respiro.
Il testo è un monologo ma vive di due presenze: Don Bepo e Don Antonio. Luno racconta, laltro si fa ombra, eco, apparizione. Non serve mostrare il secondo personaggio: la sua forza sta nel riempire lo spazio dellassenza. Le parole di Don Bepo sono un atto di amore, un ultimo gesto per salvare ciò che il tempo – e loblio – vogliono cancellare. Il racconto alterna il calore del “dopo”,  la silenziosa e operosa resistenza, la caduta nella prigionia e gli ultimi momenti di lacerazione. Ogni passaggio è segnato da un cambiamento sonoro, da un respiro visivo, da un atto fisico che rompe la linearità narrativa. La musica non è un semplice accompagnamento: è una voce parallela. Le partiture originali nascono dalla memoria e si muovono come onde sotto la pelle del testo.
Là dove finisce il buio” è uno spettacolo che chiede silenzio, ascolto, apertura. Non racconta solo la storia di un uomo, ma la possibilità di non dimenticarlo. È teatro come rito laico, come veglia, come fiammella che insiste.
Perché ricordare, sempre, è un atto di resistenza.