LÀ DOVE FINISCE IL BUIO
LÀ DOVE FINISCE IL BUIO
Dicembre 1943. In una cella del carcere di Sant’Agata, a Bergamo, un uomo prega in ginocchio. È don Bepo, al secolo Giuseppe Vavassori. Conosce ogni angolo di quella prigione, perché ne è stato il cappellano. Da quando è stato arrestato e condotto qui dai nazisti, però, tutto gli sembra irriconoscibile: il buio è totale.
Tra le mura, prende vita un monologo che è insieme diario e confessione. I ricordi si intrecciano senza seguire un ordine lineare, ma quasi un filo emotivo: don Bepo condivide alcuni ricordi d’infanzia, la vocazione al sacerdozio, lo scoppio della Grande Guerra, l’incontro sul fronte con il poeta e soldato Giuseppe Ungaretti e la nascita del Patronato San Vincenzo, punto di riferimento per migliaia di ragazzi. Cuore del racconto sono però gli anni Quaranta: l’inizio di una nuova guerra, forse ancora più feroce, i giorni drammatici dell’occupazione nazista dopo l’armistizio del ‘43 e la costruzione di una rete clandestina di sostegno a rifugiati e partigiani.
In una cella vicina, la numero 14, è rinchiuso invece l’amico don Antonio Seghezzi, assistente diocesano dell’Azione Cattolica, arrestato per aver prestato aiuto ai giovani renitenti alla leva. Non lo vediamo mai, ma la sua presenza è costante: è Don Bepo a ripercorrere la storia dell’amico, offrendo una cronaca precisa della sua fuga dai tedeschi e della sua scelta, dolorosa ma consapevole, di consegnarsi.
Quel dicembre 1943, don Bepo e don Antonio speravano di poter celebrare la messa di Natale insieme, in carcere. Ma Seghezzi fu deportato in Germania, dove morì due anni dopo.
“Là dove finisce il buio” è una storia di fede, ma soprattutto di amicizia, che si intreccia con quella di altre figure straordinarie della Resistenza bergamasca, come la partigiana Betty Ambiveri e don Mario Benigni, che fu compagno di don Antonio nel lager di Kaisheim. Donne e uomini che hanno creduto, anche nei tempi più difficili, in un’umanità possibile.
NOTE DI DRAMMATURGIA
La drammaturgia è costruita attorno a un tempo sospeso: quello dell’attesa in cella. Chiuso tra le sbarre di Sant’Agata, al buio, da solo, don Bepo Vavassori è costretto a confrontarsi con sé stesso, con le sue paure, persino con un sottile – umanissimo – senso di colpa: la sensazione di non aver fatto abbastanza nei giorni della Resistenza.
In carcere, don Bepo dà vita a un monologo che ha la forma di un flusso di coscienza, all’inizio confuso, quasi febbrile, poi via via più lucido e appassionato. Il tempo, per lui, ha perso ogni contorno, e anche per lo spettatore diventa difficile stabilire un prima e un dopo. Le parole del narratore ci riportano al passato, ci mostrano il presente e anticipano il futuro.
Don Bepo racconta la storia di don Seghezzi utilizzando la terza persona. Solo in due momenti si rivolge direttamente all’amico: quando riesce a vederlo un’ultima volta prima che venga trasferito in un carcere di Verona e poi deportato in Germania, e poi a guerra conclusa, quando rievoca il legame profondo che li ha uniti e gli insegnamenti che Seghezzi gli ha lasciato.
Lo spettacolo, che utilizza come fonti alcuni scritti originali di don Antonio, testimonianze di altri sacerdoti dell’epoca e le biografie dei due protagonisti, prevede anche alcuni stacchi musicali e letture a leggio. Tra i testi letti, l’appassionata cronaca dei giorni della Liberazione scritta da Don Andrea Spada, anche lui amico di Seghezzi e Vavassori, e pubblicata su L’Eco di Bergamo.
Non è un racconto agiografico. Al contrario, il testo intende restituire l’umanità complessa di due figure che, come molte altre nella storia della Resistenza italiana, sono state attraversate da dubbi e paure. Due uomini, prima ancora che sacerdoti, che nonostante tutto hanno avuto il coraggio di scegliere da che parte stare.
NOTE DI REGIA
Là dove finisce il buio” è un atto teatrale di memoria e resistenza. È un monologo che non si limita a raccontare, ma incarna il ricordo. La voce di Don Bepo Vavassori non è solo una testimonianza: è un attraversamento emotivo, umano e spirituale della vita di Don Antonio Seghezzi, prete, antifascista, uomo di popolo, martire della coscienza.
In scena, il ricordo prende corpo. Il tempo non è lineare: si curva, si sovrappone, si frammenta, si ricompone. La parola si intreccia alla musica dal vivo, che non accompagna soltanto, ma guida, scolpisce, penetra. Il tappeto sonoro – a tratti sussurrato, a tratti dilatato o tagliente – è memoria liquida che scorre tra le fessure della narrazione.
La scenografia è essenziale, ma densa di significato. Uno spazio liminale: un confine sfocato dove il presente incontra il passato. Gli oggetti non sono realistici, ma evocativi. Il buio – vero protagonista silenzioso – si fa materia, avvolge e poi si dissolve lentamente.
L’illuminazione gioca con ombre, sagome, riverberi. Luce e suono costruiscono il confine tra ora e allora. Quando Don Bepo ricorda, il passato non è “altro”: entra in scena, diventa materia fisica, è il corpo stesso del protagonista che si sdoppia nel gesto, nel tono, nel respiro.
Il testo è un monologo ma vive di due presenze: Don Bepo e Don Antonio. L’uno racconta, l’altro si fa ombra, eco, apparizione. Non serve mostrare il secondo personaggio: la sua forza sta nel riempire lo spazio dell’assenza. Le parole di Don Bepo sono un atto di amore, un ultimo gesto per salvare ciò che il tempo – e l’oblio – vogliono cancellare. Il racconto alterna il calore del “dopo”, la silenziosa e operosa resistenza, la caduta nella prigionia e gli ultimi momenti di lacerazione. Ogni passaggio è segnato da un cambiamento sonoro, da un respiro visivo, da un atto fisico che rompe la linearità narrativa. La musica non è un semplice accompagnamento: è una voce parallela. Le partiture originali nascono dalla memoria e si muovono come onde sotto la pelle del testo.
“Là dove finisce il buio” è uno spettacolo che chiede silenzio, ascolto, apertura. Non racconta solo la storia di un uomo, ma la possibilità di non dimenticarlo. È teatro come rito laico, come veglia, come fiammella che insiste.
Perché ricordare, sempre, è un atto di resistenza.