Con il teatro si fa memoria, e ricordare è un atto di resistenza
In occasione dell’imminente ricorrenza del 25 aprile, Festa della Liberazione, torna in scena lo spettacolo dedicato a Don Bepo Vavassori e a Don Antonio Seghezzi. Scritto da Marialuisa Miraglia, interpretato da Stefano Panzeri che ne firma anche la regia, in scena insieme a Simone Riva alla chitarra che ha anche scritto le musiche originali che ascolterete.
Lo spettacolo, prodotto da deSidera/Teatro de Gli Incamminati e co-prodotto dalla Fondazione Adriano Bernareggi, è realizzato grazie al patrocinio della Diocesi di Bergamo con il sostegno del Comune di Osio Sotto.
Due repliche, mercoledì 22 aprile al Teatro San Carlo di Caravaggio (ore 20.45, ingresso gratuito con prenotazione consigliata su Eventbrite) e giovedì 23 aprile al Teatro Monsignor Tomasini di Clusone (ore 20.30, ingresso gratuito).
Là dove finisce il buio” è un atto teatrale di memoria e resistenza. È un monologo che non si limita a raccontare, ma incarna il ricordo. La voce di Don Bepo Vavassori non è solo una testimonianza: è un attraversamento emotivo, umano e spirituale della vita di Don Antonio Seghezzi, prete, antifascista, uomo di popolo, martire della coscienza.
In scena, il ricordo prende corpo. Il tempo non è lineare: si curva, si sovrappone, si frammenta, si ricompone. La parola si intreccia alla musica dal vivo, che non accompagna soltanto, ma guida, scolpisce, penetra. Il tappeto sonoro – a tratti sussurrato, a tratti dilatato o tagliente – è memoria liquida che scorre tra le fessure della narrazione.
Il testo è un monologo ma vive di due presenze: Don Bepo e Don Antonio. L’uno racconta, l’altro si fa ombra, eco, apparizione. Non serve mostrare il secondo personaggio: la sua forza sta nel riempire lo spazio dell’assenza. Le parole di Don Bepo sono un atto di amore, un ultimo gesto per salvare ciò che il tempo – e l’oblio – vogliono cancellare. Il racconto alterna il calore del “dopo”, la silenziosa e operosa resistenza, la caduta nella prigionia e gli ultimi momenti di lacerazione. Ogni passaggio è segnato da un cambiamento sonoro, da un respiro visivo, da un atto fisico che rompe la linearità narrativa. La musica non è un semplice accompagnamento: è una voce parallela. Le partiture originali nascono dalla memoria e si muovono come onde sotto la pelle del testo.
“Là dove finisce il buio” è uno spettacolo che chiede silenzio, ascolto, apertura. Non racconta solo la storia di un uomo, ma la possibilità di non dimenticarlo. È teatro come rito laico, come veglia, come fiammella che insiste.
Perché ricordare, sempre, è un atto di resistenza.